
Conoscere e riconoscere l’universo delle emozioni proprie e altrui e integrarle nella propria consapevolezza è una grande competenza che ci permette di vivere meglio e aiuta a vivere meglio chi ci circonda.
Cosa sono? Cosa raccontano di noi e degli altri? Come si può imparare ad ascoltarle e a governarle? E che nomi hanno?
Poterle nominare e riconoscerle è fondamentale.
Roberto Vecchioni, scrittore e cantautore nel suo libro “Le parole non le portano le cicogne”, racconta dell’importanza di tutto ciò in uno dei dialoghi fra la giovane adolescente Vera e il vecchio linguista Otto November, mentre scendono da una montagna.
“… Le parole. Mi venne in mente all’improvviso che io le parole le dicevo così, come venivano, senza pensarle, senza fermarmici su. Ma che importanza poteva avere? In fondo le parole le avevamo inventate per capirci, erano un patto, una convenzione: le parole erano le cose che dicevamo. Sparite quelle cose, che senso potevano avere più le parole? – Le parole non servono a niente – gli buttai di rimando sgarbata come era stato lui, senza voltarmi e continuando a scendere…”
“…No, le parole, tutte le parole, sono segni, trasformati, a volte irriconoscibili, delle prime antichissime sensazioni umane. Le parole sono soffi dell’anima davanti all’ignoto per definirlo e non averne più paura. Quello che si può nominare diventa conosciuto, diventa nostro, non è più inspiegabile e quindi nemico…”
“…Tutte le parole?”
“Tutte, anche quelle che non si sa più da dove vengono, com’erano prima, perché sono così uguali o così diverse in altre lingue, per altri popoli … Il linguaggio ordina il caos del pensiero. Parlando costruiamo un’armonia: mettiamo ordine nelle note sparse, stonate dentro di noi…Vedi una lingua non si studia come una specie di insetti. Una lingua è lo specchio di un popolo, del suo mutar di pelle, o della sua immutabilità. Ogni popolo parla come vive …”
Pensate a come i bambini imparano a dare un nome a quello che gli accade quando noi li guardiamo e con empatia diamo voce a quello che stanno provando o a quanto sta succedendo: “Sei caduto e piangi perché ti fa male il ginocchio…”, “Ti senti tanto spaventato …? “Ti senti gelosa di Greta?”, “Che invidia per quella bici nuova del tuo compagno, eh?”, “Ma che occhietti luminosi quando vedi la mamma, ti senti proprio felice, vero?” E così via.
Se non ci fosse questa funzione di specchio dell’altro, si sarebbe travolti dai movimenti del nostro mondo interno e da quelli del mondo esterno e non si riuscirebbe a discernerli così bene, si strutturerebbero molte barriere per cavarsela e perderemmo il contatto profondo con i nostri movimenti interni che possono essere spaventosi e caotici quando non sono simbolizzati.
Ma quante sono le emozioni?
Tante!
Lo studioso Ekmann fece ricerche in tutto il mondo e negli anni ‘70 si accorse che almeno sei emozioni venivano riconosciute da tutti i popoli: Dolore, Paura, Rabbia, Tristezza, Disgusto e Gioia sono così definite emozioni primarie o fondamentali.
E a che cosa servono?
Perché le proviamo anche quando a volte vorremmo proprio farne a meno?
Perché non abbiamo il potere di farle durare o di farle sparire ma “solo” di governarle, gestirle, ascoltarle e sentire i loro “racconti”?
Voi direte: “Perché le emozioni raccontano?”
Diciamo di sì, eccome!
Ci informano sempre di come stiamo, di cosa sta succedendo, se quell’esperienza è buona o meno per noi, se ci rende felici o tristi, se è il caso di avere paura e darsela a gambe o fare altro. Se da un cibo o da un’esperienza malsana bisogna allontanarsi come quando si sente il disgusto.
Il problema è il nostro giudizio sulle emozioni: “Sento odio, quindi sono cattivo …”, “I bravi bambini non sono gelosi dei fratellini!”, “Ma perché provo paura, io vorrei essere sempre coraggioso!”; sono pochi esempi per dirvi come invece di ascoltarle le emozioni come informazione, le giudichiamo senza distinguerle dall’azione.
Infatti posso sentire odio e comprendere che quella situazione mi ha provocato malessere e che questo è il modo che ha il mio organismo di informarmi, senza necessariamente fare del male e quindi distruggere.
Posso sentire la gelosia o l’invidia senza mettere in atto comportamenti distruttivi ma capendo che ho paura di perdere l’amore o che quella cosa che invidio mi manca e che posso darmi da fare per ottenerla o che ne ho altre che l’altro non ha e che nella vita è normale così.
Certo, per i cuccioli è più difficile, non hanno ancora imparato a gestire le emozioni e mancano alcune connessioni neuronali che li aiutano in questo e che si svilupperanno completamente entro i 25 anni.
Riassumendo:
le emozioni non sono né buone, né cattive, i comportamenti possono essere invece distruttivi o costruttivi.
Quindi non spaventiamoci per le emozioni che proviamo ma ascoltiamole e traiamone informazioni per poi agire in modo consapevole.
7 Marzo 2019 at 5:15
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15 Novembre 2019 at 22:32
Ciao Valentina, scusa il ritardo con il quale ti rispondo. Grazie per i complimenti, lo stile che sto usando è il mio, lo uso anche quando insegno.